villeveneteacaeranoVille Venete a Caerano di San Marco (a cura di Valmi Volpato) |
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"I Di Rovero e la villa di Caerano"
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Il lavoro nelle terre dei Di RoveroLe terre agricole nei secoli XVI e XVII. Cenni ai secoli successiviLe terre agricole dei Di Rovero a Caerano nei secoli XVI e XVIILa nascita del possedimento dei Di Rovero a Caerano è dovuta a Girolamo da Rover che nel 1512 acquista, assieme al mulino, anche otto campi e mezzo di terra arativa piantata e vitata, posta a sud est del ponte di San Marco esistente sul canale Brentella, in una località chiamata allora la Rova. La proprietà fondiaria, dopo alcuni altri acquisti avvenuti sempre grazie alla disponibilità di cittadini trevigiani e veneziani, viene nel giro di pochi decenni accresciuta fino a raggiungere la superficie di circa 26 campi trevigiani. La destinazione d’uso è soprattutto quella della tradizionale piantata, dove il terreno arato per produrre cereali o legumi (o talvolta canapa) viene intervallato da più filari di vite. Solo pochi campi sono destinati a brolo, cioè a prato debitamente irrigato, fornito di alberi da frutto e di viti pregiate. Il figlio Alvise di Rovero procede ad ulteriori acquisti, portando le dimensioni del possedimento di Caerano attorno ai 30-34 campi trevigiani, tutti chiusi da un muro di recinzione, quantità che rimane sostanzialmente tale per tutta la durata della permanenza dei Di Rovero a Caerano. All’inizio, la gestione del fondo rurale rimane nelle mani dello stesso Girolamo che si avvale di lavoratori salariati, ma in seguito il figlio Alvise affitta le terre accontentandosi di riscuotere la relativa rendita. Di norma il canone d’affitto richiesto consiste in un quarto di sacco di grano per ogni campo arativo e di un mastello e mezzo oppure due mastelli di vino per ogni campo in cui sono coltivate le viti. Dal terreno messo a prato viene invece riscossa una somma di denaro. Sia Girolamo che Alvise richiedono, sia pure in modesta quantità, le cosiddette onoranze (pollame, carne suina, uova) dovute dai fittavoli ai padroni, in compenso della possibilità di usare case, fabbricati rurali, orti e cortili. Ma quando nel 1555 riceve l’eredità spettante alla moglie Aurelia, pari a circa 29 campi trevigiani posti in località al Battiferro, con l'aggiunta di alcuni prati situati a Pederiva e dei boschetti sulle vicine Rive, il cavaliere Alvise si trasferisce sempre più spesso a Caerano con il chiaro obiettivo di condurre direttamente l’organizzazione e lo svolgimento dei lavori agricoli. E’ un rapporto fecondo quello che si instaura tra il cavaliere ed la sua azienda agricola di Caerano, in un periodo che coincide con la costruzione della villa ! Una serie di eventi negativi, tra i quali l’improvvisa morte della moglie e la forzata rinuncia alle terre poste al Battiferro, ridimensiona però i suoi progetti. Il cavalier Alvise tenta di ricostituire in altro modo la quantità dei beni posseduti facendosi dare un prestito dai signori Girardi di Venezia ed accettando che vengano ipotecati venti campi di Caerano. Alcuni sfortunati investimenti finanziari lo portano alla rovina e tutto il possedimento di Caerano viene pignorato e messo all’asta. Con la proposta che vengano invece colpiti dal provvedimento di esproprio 112 campi situati a San Zenone, il Di Rovero riesce a salvare la proprietà di Caerano, ma deve accettare che quest’ultima venga sottoposta ad una seconda ipoteca. Nel 1593 i figli del cavalier Alvise si liberano da quest’ultima ipoteca, ma, pressati da una situazione patrimoniale disastrosa, a partire dal 1600 stabiliscono di affittare tutto il possedimento di Caerano, villa compresa, per un canone di 300 ducati all’anno. Ai locatari è delegato il compito di provvedere alla sistemazione degli edifici, ed a loro, in particolar modo, viene imposto l’obbligo di curare le piante, non solo i noci, i gelsi, gli alberi da frutto, ma anche le tante altre che servono a sostenere le viti: nel 1616 si contano ben 2931 piante grand(i)" e 483 piccole. Nel 1630, quando per i Di Rovero il peso dei debiti diventa insostenibile, il possedimento di Caerano (esteso circa 32 campi) è messo all’incanto ed acquistato dalla veneziana Elena Priuli, moglie di Antonio Barbaro, che provvede subito a cambiare i contratti esistenti con i contadini: in quell’occasione si scopre che i canoni d’affitto sono cresciuti di molto rispetto a quelli richiesti da Girolamo da Rover all’inizio del 1500. Mediamente per ogni campo preso in affitto ora si deve versare ogni anno un sacco intero di grano (talvolta di miglio o di altri cereali minori), la metà di tutto il vino prodotto, due paia di esemplari per ogni tipo di animale da cortile; è stato introdotto pure l’obbligo di effettuare ogni anno, col carro trainato da buoi, due viaggi a Treviso per portare i prodotti dovuti con i canoni d’affitto e con le onoranze. Con il ritorno a Caerano da parte dei Di Rovero il tipo di conduzione prevalente rimane per lungo tempo quello dell’affitto misto, che consiste nella consegna ai padroni sia di generi alimentari che di denaro: le quantità previste vengono col passare del tempo ulteriormente aumentate con l’aggiunta, tra i canoni d’affitto, di alcune libbre di canapa, di alcuni sacchi di legumi, e, tra le onoranze, di un altro paio di esemplari per ogni tipo di pollame, di un porco, di un’oca, di 100, poi 125 ed infine 150 uova, e del raddoppio dei viaggi gratuiti da effettuare a Treviso. Precisamente il canone di locazione riscosso dai Di Rovero dalla possessione di Caerano, nei documenti relativi al 1648 e del 1649, è costituito da 34 sacchi di frumento (circa 22,4 q.li), due botti di vino (circa 15,6 hl); le onoranze consistono in un porco, due paia di ogni tipo di pollame (galline, polli, capponi), un'oca e 100 uova. La gran parte di questi prodotti è condotta gratuitamente nella casa dei padroni grazie a quattro viaggi col carro e con i buoi che ogni anno vengono effettuati da Caerano a Treviso. Una parte dell'affitto è consegnata sotto forma di denaro e riguarda l'uso del prato del "broleto" per il quale devono essere versate lire 40 lire veneziane ogni anno. Si può osservare come Liberal Rover nel 1648 richieda mediamente un sacco di grano per ogni singolo campo di terra affittato, mentre circa 100 anni prima, nel 1538, Alvise Rover ne aveva richiesto circa un quarto. L'aumento del canone è considerevole anche nei confronti del vino che deve essere consegnato. Liberal chiede più di mezzo concio di vino (un concio = circa 78 litri) in media per campo, mentre Alvise ne aveva richiesto nel 1542 poco più di un quarto. Si è quindi verificato un forte aumento delle rendite da parte dei proprietari delle terre, accresciuto ancora di più con la contemporanea crescita dei prezzi delle materie prime. Nel 1542 il grano è stimato 4 lire veneziane il sacco, nel 1648 è salito a 18 lire, mentre il vino è passato da 13 a 62 lire veneziane la botte. Evidentemente se da un lato è salita la rendita dei proprietari, dall'altro lato si è ridotto il reddito da lavoro dei contadini. Cenni ai secoli successivi (vedi gli approfondimenti in altre sezioni)Tra il 1728 ed il 1729 Cristoforo di Rovero acquista quasi due campi di terra comunale prativa, situati lungo la strada comunale chiamata Cal grande oppure Cal de S. Marco, adiacenti ai fondi già da lui posseduti a Caerano. Dopo quest’ultima acquisizione, i documenti consultati permettono di stabilire con maggiore precisione la destinazione d’uso delle terre dei Rovero: i campi coltivati (circa 32 campi) con la tecnica della piantata sono circa 25 e quelli prativi sette, quasi tutti cinti di muro. Altri due campi, o poco più, sono riservati alla villa, alla barchessa, al cortile, al giardino, al brolo ed altre adiacenze, il tutto ben recintato con un altro muro. Quest’ultima parte del possedimento di Caerano viene assegnata di preferenza ad una persona di estrema fiducia, chiamata gastaldo, mentre la terra agricola vera e propria viene fatta lavorare da un contadino fittavolo (detto anche colono o habitador). Una relativa novità fra le colture coltivate nei terreni dei Di Rovero è quella del sorgo turco (mais o temporivo) che ha successo soprattutto agli inizi dell’Ottocento, in concomitanza con il parziale ricorso che viene fatto al contratto a mezzadria, meno conveniente per il lavoratore della terra rispetto a quello d'affitto, ma più sicuro di fronte alle ricorrenti carestie che colpiscono la campagne in quel periodo. Nelle risultanze catastali effettuate nelle prima parte dell’Ottocento i beni dei Di Rovero circostanti la villa sono censiti in due aree denominate con dei toponimi insoliti, quali il Belvedere e presso il molin. L’insieme del possedimento viene venduto nel 1830, come è stato già detto, ad Andrea Dall’Oglio, il quale rivende nel 1859 la casa colonica e le terre situate a nord ed a est della villa a Bandiera Domenico, mentre cede nel 1862 a Forcellini Giovanni la villa con le barchesse, il giardino e le terre situate a mezzogiorno della medesima. Una delle due eredi di Bandiera Domenico, Maria, sposa Gallina Luigi e nel 1899 ripartisce i beni paterni tra i figli avuti dal marito e tra gli eredi di quello che tra di loro è deceduto. Anche gli eredi di Forcellini Giovanni effettuano nel 1904 le divisioni di quanto è stato tenuto in comproprietà fino ad allora. |
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